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martedì 20 agosto 2013

Earth Over Shoot Day 2013

L'umanità da oggi ha finito di consumare le risorse che il nostro Pianeta è in grado di produrre in un anno in modo sostenibile.
Ecco la comunicazione che mi è arrivata da Slow Food:



lunedì 22 aprile 2013

Earth Day 2013


Oggi si celebra la giornata mondiale della Terra (The Earth Day), si parla di inquinamento, deforestazione, estinzione di specie animali e vegetali e di surriscaldamento globale.

 
L’argomento principe, naturalmente, è il cambiamento climatico e i danni collaterali che sempre più frequentemente colpiscono il pianeta. Se ne discute con l’obiettivo di stimolare i leader ad impegnarsi per la salvaguardia del pianeta e sensibilizzare quante più persone ai problemi legati all’inquinamento. Deve essere impegno comune la ricerca di soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo (riciclo dei materiali, conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, fine della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate).
 

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L’evento è promosso dalle Nazioni Unite e nasce nel 1970, quando 20 milioni di cittadini americani si mobilitarono in una storica manifestazione a difesa del pianeta basandosi sul principio che tutti, a prescindere dall’etnia, dal sesso e dal reddito, hanno diritto di vivere in un ambiente sano, equilibrato e sostenibile.
Approfondimenti e altre risorse sul sito di Earth Day 2013 .

venerdì 24 febbraio 2012

Kindle

Kindle o non kindle… il lettore di ebook è nel mercato italiano da dicembre, ma l’avevo visto già prima. Lo si comprava in amazon.com e arrivava dagli USA con il corriere. Bello, comodo, leggero, non retroilluminato per non dar fastidio agli occhi, un pulsante per lettura avanti e uno per lettura indietro, menù, autonomia eccezionale – quasi un mese dicono - niente più montagne di libri, ma oltre mille titoli in una sola tavoletta.
Sabato Alessio (un Lettore con la L maiuscola!) arriva con in mano il Kindle fire, un tablet, come l’Ipad (definizione azzardata, lo so, sostenitori di amazon e seguaci della filosofia apple, non me ne volete, è tanto per avere un’idea). Provo a leggere qualche pagina. Giudizio: insomma. Insomma per leggere intendo, il resto è ok. Affatica gli occhi, è come leggere sul PC, ma in compenso ha tante altre funzioni. Se dovessi leggere un libro, dunque, senza dubbio sceglierei il kindle normale, quello dei 99 euro o 79 dollari. Per tutto il resto il Fire, che Amazon vende a 199 dollari, è un bel giocattolino.


kindle fire


kindle













A chi ce l’ha chiedo: meglio il libro o meglio il kindle? Nessuno che mi dia una risposta secca.
Funziona ma, come tutte le cose, ci sono vantaggi e svantaggi. La preferenza, quindi è estremamente soggettiva, questione di priorità, del tipo di lettura e del tipo di lettore.
Leggi molto? Leggi a lungo o poche pagine alla volta? Porti il libro sempre con te o leggi a letto? Hai bisogno di più libri contemporaneamente? Hai una grande stanza dove tenere i libri o li accatasti anche nella dispensa? E ancora, provi un piacere quasi feticista nel tenere il tomo in mano, o ti piace l’oggettino leggero e ordinato? Preferisci vedere a che punto sei arrivato con un’occhiata, o ti basta conoscere la percentuale di pagine lette? E via così, ognuno potrebbe aggiungere una domanda a cui rispondere per arrivare alla personalissima risposta definitiva.
Mentre io cerco risposte, la mia collaboratrice per la sezione LIBRI mi manda una nuova recensione. Leggo dall’incipit che non ci ha dovuto pensare tanto: il kindle è arrivato e basta.
Lei ha fatto la cosa migliore: l’ha provato con evidente intensità. Ecco le sue impressioni:

«Da vera amante e sostenitrice del “cartaceo” ho lottato contro l’avvicinarsi dell’era Kindle, ma quando ho compiuto gli anni mio marito mi ha regalato il famoso eBook, ormai inseparabile eBook. Certo non sento più il profumo della carta, non vedo i colori, non tocco la carta ruvida liscia sottile corposa e deliziosa, non riconosco al primo colpo un libro già letto se entro in una libreria, però ho a portata di mano un sacco di libri dovunque sono e ovunque vado! E comunque i libri “veri” non smetto sicuramente di leggerli!» … continua nella sezione LIBRI.

domenica 16 ottobre 2011

Conferenza decrescita per la sostenibilità ecologica e l’equità sociale. Venezia.

L'idea inizia ad affiorare. Ciò che è solo ancora nell'aria inizia a concretizzarsi verso la definizione di un nuovo modo d'essere. Siamo ancora agli albori, ma, a poco a poco, la sagoma prenderà forma.
Tra poco meno di un anno Venezia ospiterà la 3a Conferenza internazionale sulla decrescita per la sostenibilità ecologica e l’equità sociale. Il futuro.

giovedì 2 giugno 2011

Acqua e nucleare, una guida ai referendum del 12 e 13 giugno

La Corte di Cassazione ha confermato il referendum sul nucleare. Il 12 e il 13 giugno andremo quindi a votare per nucleare, acqua e legittimo impedimento. L'esito del referendum, almeno per i primi due quesiti, avrà conseguenze importanti per molti anni a venire. Mi viene chiesto di esprimere la mia opinione e cerco quindi di informarmi in qualche modo. Ho trovato un'interessante e semplice guida a cura di Andrea Degl'Innocenti che riporto integralmente di seguito, certo che la sua intenzione sia la massima diffusione dei concetti illustrati.
Chi preferisce leggere l'articolo nel sito di pubblicazione originale può cliccare qui.

«Di seguito cercheremo di capire perché è importante – ma più che importante fondamentale, essenziale – che il 12 e il 13 giugno prossimi una gran folla di gente vinca l'apatia dell'afa estiva, si stacchi dal ventilatore e si rechi alle urne a votare. Mi scuso fin da subito per i toni un po' più colloquiali e spicci di quanto si dovrebbe che userò nel corso dell'articolo, ma è bene intendersi fin da adesso: qui è in gioco una buona fetta del nostro futuro, e di quello dei nostri figli e nipoti.

Sono quattro i referendum in questione: due riguardano l'acqua, uno il nucleare, uno il legittimo impedimento. Di quest'ultimo non ci occuperemo in questa sede, dato che si tratta di un argomento molto circostanziato, che poco ha a che fare con gli altri due.

Iniziamo col chiarire un aspetto tecnico, che so per esperienza non essere così immediato. Chi vorrà affermare, in sede referendaria, che l'acqua è un bene comune e che il nucleare deve essere messo definitivamente al bando, dovrà votare per tre volte SI. Poi analizzeremo nel dettaglio cosa significa ciascuno di questi sì, ma vorrei fosse chiaro fin da ora che anche per dire no al nucleare va sbarrata la casella del sì. Se infatti è abbastanza intuitivo che si debba votare sì per l'acqua pubblica, potrebbe apparire un controsenso, a chi non abbia qualche nozione giurisprudenziale, barrare il sì per fermare il nucleare.

La ragione di questo apparente controsenso va ricercata nelle regole dell'istituto referendario. Sebbene nel nostro paese siano costituzionalmente previste quattro diverse forme di referendum, l'unica di fatto utilizzata è il referendum abrogativo. Quello cioè che chiede agli elettori se vogliono abrogare – ovvero sopprimere – una determinata legge o parte di essa. Tutti i referendum abrogativi iniziano così: “volete voi che sia abrogato” eccetera eccetera. Ecco quindi che per dire no al nucleare vi sarà chiesto di abrogare la norma che sancisce la sua introduzione nella legislazione italiana. Fatta questa doverosa precisazione andiamo ad analizzare più nel dettaglio i contenuti dei tre referendum.

L'ACQUA
L'acqua è un bene comune che appartiene a tuttiPartiamo dall'acqua, e scusatemi se mi dilungherò un po' nelle spiegazioni, ma è giusto che chi andrà a votare abbia tutte le informazioni necessarie per prendere liberamente e consapevolmente la sua decisione. La mia esperienza ai banchetti di raccolta firme mi dice che molto poco si sa sul processo di privatizzazione da anni in atto in Italia. A chi volesse approfondire l'argomento, consiglio di leggere il libro di L'acqua è una merce di Luca Martinelli [...]. Qui ci limiteremo a richiamare le due principali tappe della privatizzazione: la legge Galli ed il decreto Ronchi.

La legge Galli, numero 36 del 1994, suddivideva il territorio italiano in una serie di Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) all'interno dei quali “l'insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue” doveva essere gestito da un unico soggetto 'affidatario'. Le caratteristiche dell'affidatario potevano essere le seguenti: una società per azioni a totale capitale pubblico (che prende il nome di in house); un partner privato da affiancare al vecchio gestore pubblico, scelto con gara aperta a tutti i concorrenti europei; un soggetto privato. La legge, inoltre, introduceva il principio del full recovery cost: sanciva cioè che tutto il costo della gestione del servizio idrico fosse caricato sulla bolletta e non rientrasse più fra gli ambiti della fiscalità generale (fatto di dubbia costituzionalità, visto che così il prezzo perde ogni rapporto con il reddito di chi usufruisce). In particolare veniva stabilito un addebito in bolletta che garantisse un 7% di guadagno minimo al gestore. L'acqua fu resa, di colpo, un investimento molto appetibile.

Il decreto Ronchi, decreto legge numero 135 del 2009, trasformata nella legge Ronchi-Fitto nel novembre dello stesso anno, ha completato l'opera di privatizzazione mettendo definitivamente al bando tutti quei comuni che avevano scelto la gestione in house. Si tratta di una legge sull'attuazione degli obblighi comunitari e i servizi pubblici locali che all'articolo 15 – quello incriminato – recita “adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici di rilevanza economica”. È chiaro fin da subito, dunque, che l'acqua è considerata alla stregua di una merce. Nella legge, poi, sono presenti alcune incongruenze che rendono chiaro come la tanto sbandierata “liberalizzazione dei servizi” si traduca in una svendita a favore dei grandi investitori privati. La prima viene definita da Daniele Martinelli “paradosso del mercato”: si prevede che tutti i soggetti privati scelti con affidamento diretto per affiancare i gestori pubblici mantengano le proprie quote, e che la partecipazione degli enti locali in queste società scenda sotto la soglia del 30 per cento entro il 2015. In altre parole, da un lato viene rivelato che alcuni soggetti privati si sono inseriti nella gestione pubblica dei servizi idrici senza passare per alcuna gara (come invece previsto dalla legge Galli); dall'altro viene concesso a tali soggetti di restare “in sella”, anzi di accrescere la propria partecipazione a discapito del pubblico, contraddicendo la legge del mercato (e della concorrenza) sul cui altare sono state sacrificate le gestioni in house. La seconda incongruenza viene definita “fallimento del mercato”: la legge prevede infatti che in alcune “situazioni eccezionali”, determinate da “caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale […] l'affidamento può avvenire a società a capitale interamente pubblico”. Ciò significa che il privato sarà libero di investire solo laddove ritiene possibile garantirsi un profitto.

Dopo questo excursus negli aspetti giurisprudenziali del processo di privatizzazione, occorre smentire alcuni luoghi comuni, confezionati ad arte, che circolano da tempo fra coloro che osteggiano i referendum e continuano a ripetere come un mantra che “privato è bello”. Eccoli di seguito.

Privatizzazione=efficienza, efficacia, economicità. Partiamo da quello forse più utilizzato dai fautori delle privatizzazioni: le famose “3 e” che caratterizzerebbero in positivo il privato rispetto ad un pubblico per assioma lento, inefficiente e caro. Partiamo dall'ultima “e”, l'economicità, dimostratasi fin da subito del tutto inveritiera. I comuni che hanno già sperimentato l'affidamento privato sanno bene che nella maggior parte dei casi le bollette hanno subìto impennate significative. In Toscana, una delle prime regioni ad adeguarsi quasi completamente alle norme di privatizzazione, si beve l'acqua più cara d'Italia, con un aumento tariffario che nell'ultimo anno è stato dell'11,8 per cento. L'aumento dei prezzi – che gli stessi fautori della privatizzazione si sono trovati costretti ad ammettere – viene generalmente giustificato con la scusa degli investimenti: le bollette sono più care perché sono stati fatti più investimenti per migliorare le reti idriche, che in Italia versano in condizioni disastrose (si perde quasi il 50 per cento dell'acqua potabile). Ma non è così. Gli investimenti necessari sono tanti di tale portata che nessun privato ha la capacità – e l'intenzione – di sobbarcarseli. Lo dimostra un'indagine di Mediobanca: il miglior acquedotto d'Italia – a livello infrastrutturale – è quello di Milano e provincia, gestito da Metropolitana Milanese (100% del Comune di Milano) e da Amiacque (100% pubblica); il peggiore è quello romano, gestito da Acea, una delle società più invischiate nel processo di privatizzazione, sulla quale hanno già messo le mani il Gruppo Caltagirone ed una multinazionale francese del calibro di GDF Suez.

Privatizzare=liberalizzare. Un'altra tecnica molto in voga al giorno d'oggi è quella di cambiare le parole lasciandone invariato il significato. Ecco quindi che i temibili inceneritori diventano dei più rassicuranti “termovalorizzatori”, ed ecco che le privatizzazioni diventano liberalizzazioni. Ma se già questa pratica di scambio è odiosa a prescindere, nel caso dell'acqua risulta persino spudoratamente menzognera. Quando si parla di liberalizzazione infatti, si parla di apertura al mercato e alla concorrenza. Nella gestione del servizio idrico, invece, non c'è nessuna concorrenza. Una volta che il privato si è aggiudicato la gara d'appalto, egli resta in una condizione di assoluto monopolio per 20-30 anni, la durata del contratto. Altro che liberalizzazione, qui si sostituisce il tanto biasimato “monopolio pubblico” – già di per sé una contraddizione in termini – con un ben peggiore “monopolio privato”.

Gestione privata=acqua pubblica. Infine ecco il più infido degli inganni, quello che vuole che ad essere privatizzata sia solo la gestione del servizio, mentre l'acqua, la sostanza, rimarrebbe un bene comune inalienabile. E ci mancherebbe! Nessuno sarebbe in grado, anche volendo, di appropriarsi e ingabbiare una risorsa che sgorga dalla terra e cade dal cielo. Ma ciò che interessa l'uomo nella sua vita di tutti i giorni è la sua gestione: chi porta l'acqua nella sua casa, a che prezzo e di quale qualità. Ci interessa che venga garantito a tutti il libero accesso alla risorsa. Che importa che questa sia formalmente di tutti se poi non tutti possono permettersela?

Ecco allora che per riaffermare la proprietà – o gestione che dir si voglia – comune dell'acqua sono stati elaborati due quesiti referendari (erano inizialmente tre ma uno non ha passato il vaglio della Corte Costituzionale).

Il primo richiede l'abrogazione dell'art. 23 bis Legge 133/08 e sue successive modifiche introdotte con l'Art. 15 del famoso Decreto Ronchi, di cui abbiamo già parlato prima (D.L. 135/2009); annullando tale articolo – che stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati o a società a capitale misto pubblico-privato – si vuole contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni e la definitiva consegna al mercato dei servizi idrici.

Il secondo richiede l'abrogazione della parte dell'art. 154 del Decreto Ambientale 152/06 relativa alla remunerazione del capitale investito; si tratta di un decreto che, integrando e in parte sostituendo la Legge Galli, stabilisce che “la tariffa è determinata tenendo conto [...] dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito [...]”; abrogando questa parte di articolo si annulla il principio del profitto minimo garantito, rendendo l'acqua un investimento non più così conveniente.

IL NUCLEARE
Le scorie nucleari restano radioattive per oltre 200mila anniPer quanto possa sembrare strano, non tutti sanno che l'Italia ha un trascorso abbastanza significativo di produzione di energia nucleare. La storia del nucleare nel nostro paese è iniziata nel 1963, con la costruzione della prima centrale, a Latina. Seguirono, nel giro di neanche un decennio, le centrali di Sessa Aurunca, Trina e Caorso. Già nel 1966 l'Italia era il terzo paese per produzione di energia nucleare al mondo, dopo Usa e Inghilterra. Poi nel 1987 il mondo intero fu scosso dal disastro di Černobyl' e l'energia nucleare si rivelò all'improvviso per quello che è: un pericolosissimo ordigno pronto ad esplodere in qualsiasi istante. In Italia si decise di correre ai ripari indicendo un referendum. Quasi 30 milioni di elettori accorsero alle urne per bandire definitivamente, così almeno speravano, le centrali nucleari dal nostro paese. Nel 1990 l'ultima centrale venne dismessa. Dunque è durata poco più di vent'anni l'esperienza nucleare italiana, ma questi sono bastati a produrre scorie radioattive di cui il paese non sa come liberarsi, che ancora oggi inquinano mari e terreni coltivati.

Poi, a 18 anni di distanza, con il decreto-legge numero 112 del 2008 il Governo ha deciso di tornare indietro, annullando la volontà dei cittadini e reintroducendo l'energia nucleare. Il decreto è stato poi convertito nella legge 133/2008, approvata dal Senato con 154 voti a favore, un solo voto contrario e un solo astenuto, con Pd e Idv che hanno abbandonato l'Aula al momento del voto. A poco sono valse le proteste ed i ricorsi intentati dalle regioni: il nucleare in Italia “s'ha da fare”.

Il problema maggiore che si sono trovati ad affrontare il Governo e la potente lobby del nucleare, è stato come convincere le persone – in buona parte le stesse che nell'87 dissero di no – che il nucleare è cosa buona e giusta; come mascherare la belva da cucciolo. Ecco allora che, scervellandosi, si sono inventati una sequela di fandonie persino più colossali ed abbondanti di quelle sull'acqua.

Un'ottima ricognizione è quella fornita da Legambiente in un ampio contributo che rendiamo disponibile a lato di questo articolo. Alcune sono menzogne spudorate: “il nucleare è una fonte di energia rinnovabile”, “il nucleare sarà la prossima fonte energetica del futuro nel mondo”; è ovvio che il nucleare non è un'energia rinnovabile in quanto si basa sullo sfruttamento di una materia prima, l'uranio, presente in natura in quantità finite (per non dire scarse), e di conseguenza è altrettanto palese che l'energia del futuro non sarà quella nucleare. Altre più sottili: “il nucleare è pulito”, “il nucleare aiuta a ridurre il surriscaldamento del pianeta”; certo il nucleare è più pulito rispetto ad una centrale a carbone in termini di emissioni, ma come vedremo le perdite radioattive in seguito agli incidenti ed il problema delle scorie rendono quella nucleare un'energia tutt'altro che pulita. Altre ancora, infine, erano considerate quasi dei dati di fatto assodati prima che l'ennesimo disastro, quello di Fukushima, svelasse al mondo intero la loro natura menzognera: “il nucleare di nuova generazione è sicuro”, “un disastro come quello di Černobyl' non potrà più ripetersi”.

Questa sequela di luoghi comuni e falsità serve a coprire le tre grandi aree problematiche che riguardano il nucleare: la sicurezza, lo smaltimento delle scorie e l'antidemocraticità.

La sicurezza. Dicevamo che la lobby dei nuclearisti era quasi riuscita a convincere il mondo sulla sicurezza delle nuove centrali nucleari. È stato necessario un altro disastro di portata planetaria per svelare le fragili basi su cui poggiavano i loro teoremi. Ma Černobyl' e Fukushima sono solo due dei casi più eclatanti di una miriade di incidenti che costellano la storia dell'energia nucleare. In 50 anni si sono verificati circa 150 incidenti nucleari, di cui 14 compresi fra i livelli 4 e 7 della scala di pericolosità stilata dall'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Il fatto è che la presunta sicurezza delle centrali si basa su una concezione di rischio relativa a ciascuna zona. In Giappone, ad esempio, nessuno pensava che potesse arrivare un terremoto superiore agli 8,5 gradi della scala Richter, dunque le centrali erano progettate per resistere a scosse fino a quella entità. Poi è arrivato un sisma di 8,9 e le strutture non hanno retto. Le centrali italiane saranno costruite per resistere a delle scosse di circa 7,1 gradi, ma nessuno ci assicura che un giorno non arriverà un sisma più potente. Quello della sicurezza, poi, non è certo l'unico problema relativo all'energia nucleare. Forse è il più eclatante, probabilmente non il più pericoloso.

Lo smaltimento delle scorie. I rifiuti delle centrali nucleari, le cosiddette scorie, restano radioattive per un tempo che supera i 200mila anni. In queste poche parole sta racchiuso l'aspetto più oscuro e spaventoso dell'energia nucleare. È evidente infatti che, per quanto si affannino in molti a ribadire la sicurezza dello stoccaggio delle scorie, non esiste nessun materiale, né il vetro, né l'acciaio (attualmente i due materiali più usati per contenere i rifiuti radioattivi) capaci di durare tutto questo tempo. Stiamo caricando delle bombe ad orologeria sulle spalle delle generazioni a venire. Ci abbiamo riempito il mare, rimpinzato il ventre della terra. La follia di questa operazione risulta evidente da un dibattito attualmente in corso fra i “filosofi” del nucleare: se sia meglio segnalare la presenza delle scorie alle future generazioni o nasconderle in luoghi dove si pensa che nessuno andrà a scavare. Da una parte c'è chi ipotizza di costruire degli enormi segnali di pericolo in un linguaggio comprensibile alle future civiltà in corrispondenza delle discariche di scorie, poste in genere a grandi profondità in bolle di argilla. Dall'altro c'è chi si chiede se una costruzione non possa invece sortire l'effetto contrario, ovvero attirare l'attenzione e spingere ad indagare, scavando; dunque, se non sia meglio stipare i rifiuti tossici in luoghi il più possibile anonimi e privi d'interesse. Ma chi può prevedere come sarà un luogo fra 200mila anni? Chi può immaginare come sarà il mondo allora? È come se l'uomo di Neanderthal si fosse dovuto preoccupare di comunicare con noi: siamo sicuri che avremmo recepito il messaggio?

L'antidemocraticità. Un'ultima area problematica relativa all'energia nucleare è quella della mancanza di democrazia nella sua gestione. Le centrali nucleari, nel mondo, sono sotto il diretto controllo degli eserciti o di collegi specifici, che possono decidere quali informazioni diramare, quali tenere segrete. Come ammette Renaud Abord de Chatillon, ingegnere membro del Corps des Mines (il collegio che controlla il nucleare in Francia), “l'industria del nucleare non sa che farsene della democrazia, è simile ad un'aristocrazia repubblicana. E dove c'è aristocrazia non c'è spazio della democrazia”. La segretezza che circonda il nucleare ha indotto molti a pensare che il nucleare civile, quello usato per la produzione di energia, nella maggior parte dei casi non sia che una mera copertura per i programmi nucleari militari. Come sostiene il fisico Amory Lovins, “l'elettricità in una centrale nucleare non è che un sottoprodotto”.

Per fermare il ritorno del nucleare in Italia il quesito referendario presentato dall'Italia dei Valori propone di abrogare l'articolo 7, comma 1, lettera d del decreto-legge 112 del 2008, che prevede la "realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare".

CONNESSIONI
Nucleare e acqua: due tematiche fortemente correlateLungi dall'essere due temi distanti l'uno dall'altro, acqua e nucleare presentano una fitta rete di connessioni. L'acqua infatti è sempre il primo elemento a fare le spese dell'inquinamento radioattivo, e la contaminazione delle falde acquifere da parte delle scorie nucleari è ad oggi uno dei rischi maggiori per il pianeta. Nell'attuale cataclisma Giapponese l'acqua del mare nei pressi della centrale di Fukushima è stata uno dei rilevatori più lampanti del tasso di contaminazione raggiunto (la radioattività era di 7,5 milioni di volte superiore al normale).

Inoltre è con l'acqua che si raffreddano le centrali e nell'acqua vengono lasciate riposare per 5-10 anni le barre di uranio dopo essere state utilizzate nelle centrali. Dunque sbarrare un sì contro il nucleare significa anche garantirsi un accesso ad un'acqua sicura e non contaminata, mentre riaffermare che l'acqua è di tutti significa anche avere il controllo sugli usi che se ne fanno e sul suo stato. Se l'acqua è privatizzata, niente impedisce a chi gestisce una centrale nucleare di controllare localmente la risorsa idrica, di modo da bypassare i controlli e poter riversare liberamente i liquami radioattivi.

DEMOCRAZIA DIRETTA E PARTECIPATIVA
Vorrei concludere questa panoramica con una considerazione sul valore simbolico dello strumento referendario all'interno del processo di riappropriazione di due beni comuni fondamentali come l'acqua e l'energia. Il referendum è uno strumento di democrazia diretta, l'unico – se si escludono le leggi di iniziativa popolare, così poco considerate in Parlamento – che permette ai cittadini di dire la loro, di incidere sulla configurazione societaria senza passare per interposta persona.

Ma il referendum è anche il punto culminante di un cambiamento sociale di cui tutti noi ci possiamo fare portavoce. Un cambiamento che è già in atto e che afferma che non tutto può essere considerato una merce, che esistono dei beni che appartengono a tutti e degli argomenti su cui tutti hanno il diritto di prendere decisioni. Il compito che ci spetta non si può ridurre all'atto di andare a votare. Quello sarà solo l'ultimo atto. Se vogliamo veramente riappropriarci della nostra facoltà decisionale, di quella sovranità che ci è assegnata dalla costituzione e sottratta, ogni giorno, da chi usa la politica come uno strumento per curare i propri interessi, dobbiamo darci da fare fin da adesso. Dobbiamo immettere le nostre conoscenze in rete, fare rete noi stessi. E per reti non intendo semplicemente il web, o internet; internet è solo un esempio di rete. La rete è piuttosto una forma, un modello sul cui stampo si configurano le relazioni sociali contemporanee. Dunque mettere un contenuto in rete significa condividerlo all'interno delle proprie reti di relazioni sociali, con i mezzi di cui si dispone. Si può fare un video e metterlo su Youtube, o realizzare un progetto assieme ad altre persone, così come si possono condividere le proprie informazioni con il barista che ti prepara il caffè la mattina, o con il fornaio o i colleghi di lavoro. Solo così sarà possibile diffondere il cambiamento. Solo così potremo sperare che il 12 e 13 giugno 25 milioni di italiani e più escano di casa e vadano a votare per i referendum.»

Voterò? Beh... sono pronto a rinunciare anche al condizionatore d'estate e alla lavastoviglie piuttosto che lasciare alle mie figlie una valigia di scorie nucleari da smaltire!
















































martedì 19 aprile 2011

Fotoni e fisica. Sveglia!

“Il dono più grande che ci ha fatto dio è senz’altro questo: che quando un fotone colpisce un semiconduttore libera un elettrone. Le leggi della fisica sono talmente benevole, talmente generose. Senta qua. C’è un uomo nella foresta, sotto la pioggia, e sta morendo di sete. Ha con sé un’accetta e comincia a tirar giù gli alberi per berne la linfa. Un sorso per ogni albero. Intorno gli si fa il deserto, niente più piante o animali, e l’uomo sa che per colpa sua la foresta scomparirà presto. Allora perché non apre la bocca e non beve la pioggia? Per il semplice motivo che è molto bravo a tirar giù alberi, perché ha sempre fatto così, e perché considera un po’ suonato chi propone di bere la pioggia. Ecco, la luce del sole è come quella pioggia. Inonda il nostro pianeta, condiziona il nostro clima e la sua vita. Una dolcissima pioggia di fotoni e tutto quel che dobbiamo fare è prendere i bicchieri e raccoglierla! Meno di un’ora di luce solare sulla terra basterebbe a soddisfare i bisogni del mondo intero per un anno.”

[Ian McEvan, Solar, Einaudi, 2010]



sabato 27 marzo 2010

Earth Hour 2010, ci siamo!

Questa sera ricordiamoci di spegnere la luce per un’ora, l’Ora della Terra!

Dal sito del WWF:
“Il 31 marzo 2007 Sidney si spegne per un’ora, coinvolgendo 2,2 milioni di cittadini, uniti nel semplice gesto del click dell’interruttore. Nel 2008 il gesto fa il giro del mondo e a rimanere al buio sono 370 città con 50 milioni di click che fanno di Earth Hour un movimento globale per la sostenibilità. Nel 2009 milioni di persone in più di 3929 città di 88 paesi hanno aderito e la Rete registra, con video e foto da tutto il mondo, un fenomeno planetario. Quando si parla di clima, i governi di tutto il mondo latitano. Ma il pianeta non può attendere e noi del WWF non molliamo. Dopo l’esito deludente del vertice di Copenaghen, continuiamo a chiedere obiettivi concreti e davvero consistenti di riduzione delle emissioni di gas serra. Per il terzo anno consecutivo, il 27 marzo dalle 20.30, tutto il pianeta si spegnerà per un’ora nel grande evento mondiale organizzato dal WWF: L’Ora della Terra. Milioni di persone, anche quest’anno spegneranno le luci per chiedere di essere ascoltati. Dalla risposta dei leader mondiali dipende il destino di tutta l’Umanità. Ecco perché è importante il coinvolgimento di tutti, anche il tuo. Un impegno che non si limiti allo spegnimento della luce il 27 marzo 2010 dalle 20.30 alle 21.30, ma che si tramuti in uno stile di vita quotidiano nel risparmio dell’energia e spieghi a chi ti è vicino l’importanza del tuo gesto.”




venerdì 5 marzo 2010

Una casa di bottiglie riciclate

Il riciclaggio può essere creativo? Si, e ce lo dimostra Tito Ingenieri, artista argentino di origini italiane che a Ciudad de Buenos Aires ha costruito una casa fatta interamente con bottiglie di birra e rifiuti, “La casa de Botellas”, come si legge nel suo sito web: 6 milioni di bottiglie accumulate e impilate per ben 19 anni! Un’ulteriore curiosità: i venti meridionali che fanno ingrossare il fiume poco distante “fischiano” nel collo delle bottiglie, avvertendolo del pericolo.

domenica 28 febbraio 2010

Geotermia... vale la pena pensarci.

Riscaldarsi e raffrescarsi senza inquinare? Si può, con la geotermia!
Non sto neanche a scrivere, in questi video è spiegato tutto molto bene!








sabato 20 febbraio 2010

OGM? Modificare o non modificare: questo è il dilemma! Le ragioni del no.

Ogm sì o Ogm no? L’annosa questione si ripropone sempre più frequentemente, dettagliatamente accompagnata dai contributi di studiosi e scienziati. Per i lettori è difficile capire dove stia la miglior soluzione, o il male minore, e scegliere da che parte stare. È difficile oltretutto orientarsi nella marea di documentazione disponibile, e soprattutto capirne l’attendibilità.
Segnalo una interessante sintesi, tratta da l'Espresso del 11/02/2010, dei motivi per dire no agli ogm secondo Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. La presentazione di questi 10 punti, pubblicata nel sito dell’associazione, ci da un’idea di quanto possa essere pericolosa una intromissione dell’uomo negli affari di madre natura.

Carlo Petrini, "Ogm - Perché dico dieci volte no", 17/02/2010.

mercoledì 2 dicembre 2009

Un piccolo contributo in vista di Copenaghen.

Il global warming è arrivato anche nella mia casella di posta elettronica!
Sulla rete si sta diffondendo un’iniziativa promossa da numerose associazioni, raggruppate nella «Coalizione in marcia per il clima». Oltre a sollecitare singolarmente un cambiamento negli stili di vita, le associazioni coalizzate cercano il contributo di tutti i cittadini per chiedere al Governo italiano di agire con determinazione al prossimo summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
Dal 7 al 18 dicembre, a Copenaghen, i capi di stato di tutti i Paesi del mondo si riuniranno per raggiungere un accordo su come arrestare i cambiamenti climatici.
Si è capito un tantino tardi che l’attività umana, così come si svolge oggi e come si è svolta negli ultimi anni, ha danneggiato, forse in maniera irreversibile, la salute del pianeta. I dati diffusi dai climatologi, e in particolare dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il foro scientifico formato nel 1988 dalla World Meteorological Organization (WMO) e dall'United Nations Environment Programme (UNEP) al fine di studiare il riscaldamento globale, sono allarmanti.
Mi sembra ridondante ripetere in questo blog dati facilmente reperibili dalla rete e scenari apocalittici descritti da numerosi esperti, basti qui ricordare che, se entro il 2050 la temperatura aumenterà più di 2 gradi, le conseguenze saranno irreversibili e metteranno a rischio la vita di milioni di persone. Per non superare questo limite le emissioni di CO2, principali responsabili dell’effetto serra e quindi del riscaldamento del pianeta, dovranno essere tagliate dell’80 per cento rispetto ai livelli del 1990.
Non voglio riportare teorie e belle parole sul rapporto tra uomo e natura, non si può però dimenticare che l’economia, la ricchezza, la supremazia di un Paese su un altro, non sono che prodotti dell’uomo. L’uomo invece è parte della natura, da essa è stato creato, di essa è composto e in essa è immerso. Dunque, come si può non essere determinati nella sua salvaguardia? Pur facendo la parte degli egoisti, stiamo salvaguardando noi stessi!
Dobbiamo sollecitare i governi a fare il massimo per non crepare tutti? Dobbiamo sollecitare i capi di stato a farsi portavoce di un’azione alla quale non c’è alternativa? Gli esperti, i politici, gli economisti sono forse fatti di roccia marziana? Istintivamente direi che è assurdo, è come dire a una persona che non ha intenzione di farsi del male, e che è stata edotta sulle conseguenze delle sue azioni, di non tirarsi il martello sul piede. Non dovrebbe servire.
Invece tra i punti essenziali del vertice della prossima settimana leggo: «stabilire quali quantità di gas serra sono disposti a tagliare i paesi sviluppati» e «verificare quale sarà la posizione delle più importanti nazioni in via di sviluppo». Disposti? Posizione? Le risposte dovrebbero essere già scritte: «Tutto ciò che è possibile» e «Di completa collaborazione». Invece non si sono ancora stabiliti limiti e si stanno facendo trattative preventive in cui ogni Paese sembra voler tagliare il minimo possibile per non danneggiare la propria economia. Voglio proprio vedere cosa ce ne faremo di tanti soldi quando non potremo più goderne, o quando quegli stessi soldi ci serviranno per combattere mali ben più gravi!
C’è purtroppo il rischio che il buon senso venga sopraffatto da interessi economici e politici e da visioni di breve periodo. Ritengo non sia accettabile non impegnarsi al 100% per la salvaguardia del nostro pianeta, perciò parteciperò a questa iniziativa e invito tutti a farlo.












È importante che l’azione sia globale, condivisa e di grande portata. Probabilmente si decideranno gli impegni che definiranno l’assetto dei prossimi anni, quindi chiudo con l’augurio che a Copenaghen si vada con i migliori propositi affinché i risultati siano eccellenti.

sabato 12 settembre 2009

Supermercati e stile di vita

Nel rispetto stilistico di questo blog dovrei attribuire un colore a questa riflessione, ma la definirei piuttosto multicolore, un po’ verde, un po’ gialla, un po’ rossa e anche un pochino arancione.
Veniamo al dunque: avete mai pensato a quanto i supermercati influiscono nel nostro stile di vita?
Lo stile di vita è influenzato in gran parte da ciò che consumiamo. Nonostante il periodo di difficoltà economica e la tendenza emergente a ricercare prodotti di nicchia e di alta qualità, il supermercato sembra aver vinto la battaglia per la conquista del consumatore medio.
Quest’ultimo si rivolge infatti al grande distributore spesso come unico fornitore di prodotti per l’alimentazione, la casa e l’igiene. Ciò avviene per economicità, per praticità o per comodità. Si pensi a chi (com’è ormai nella maggior parte delle famiglie) riesce a dedicare agli acquisti non più di due ore a settimana. Piuttosto che rivolgersi a cinque – sei negozi distinti, perdendo spesso il vantaggio di un prezzo più favorevole, preferirà entrare in un supermercato dove in un sol colpo può acquistare tutto ciò che gli serve.
I supermercati, come ormai svelato da più fonti, utilizzano svariate tecniche per attrarre l’attenzione dell’acquirente su determinati prodotti, favorendone alcuni e sfavorendone altri. Nonostante ormai queste tecniche siano conosciute dalla maggior parte di noi, spesso ci lasciamo condurre per mano nelle nostre scelte, seguendo, con tacita consapevolezza, quella che sembra la “moda” del momento, ma è che in realtà indotta dal distributore per suo vantaggio.
Altre volte il consumatore non riesce a raggiungere lo stile di consumo desiderato. L’esempio più lampante è la carne: ipotizziamo che io scelga un supermercato come punto di riferimento per i miei acquisti alimentari, perché più vicino a casa, o per una mia percezione di maggior qualità media dei prodotti rispetto ai concorrenti, o per mille altri motivi soggettivi. Ipotizziamo inoltre che il supermercato venda solo carne imballata con vaschetta di polistirolo e un doppio giro di cellophane. Ecco che, anche se per responsabilità ambientale io preferirei rinunciare all’imballaggio, nella mia borsa ci saranno la vaschetta di polistirolo e il foglio di cellophane. E similarmente sarà per molti altri prodotti.
Poniamo ora che il mio supermercato preferito esponga una vasta scelta di prodotti biologici. Ecco che sarò invogliato ad acquistare quel tipo di prodotti. Poniamo invece che il mio supermercato preferito non tenga affatto prodotti biologici, ma che io possa acquistarne in un negozio specializzato. È probabile che, visto che nel negozio specializzato ci devo andare apposta, anche se magari lo desidererei, il più delle volte a casa mia non ci saranno prodotti “bio”.
Indirizzo della scelta”, “imposizione”, “disponibilità” sono solo alcuni esempi di come il supermercato influenza i nostri consumi e il nostro stile di vita.
L’essere diventati così grandi e così importanti impone dunque ai supermercati l’onere di assumersi parte della responsabilità di quello che sarà lo stile di consumo medio dei prossimi anni.


I principi da seguire nel nuovo millennio si stanno rapidamente manifestando: sempre più persone, dopo lo scossone economico e gli allarmi ambientali, hanno compreso che è necessario modificare uno stile di vita insostenibile. Allora cerchiamo di adottare comportamenti corretti, che abbiano un minor impatto sull’ambiente, a partire dai nostri gesti quotidiani: minori consumi, scelta di prodotti di stagione a “chilometri zero”, limitazione degli imballaggi, scelta di fornitori che rispondano a principi di eco-sostenibilità.
I più avanguardisti cominciano a rivolgersi direttamente ai produttori, o a formare gruppi di acquisto, dribblando la grande distribuzione. Forse dovremmo farlo tutti, ma di certo richiede un grande sforzo che al momento pone un freno al diffondersi di queste pratiche. Se i supermercati riusciranno ad essere riconosciuti come fornitori eco-sostenibili e ad offrire al cliente la possibilità di raggiungere lo stile di consumo desiderato, con molta probabilità saranno ancora una volta vincitori: da una parte avranno riconquistato quei clienti che si stanno allontanando, dall’altra avranno influenzato positivamente i consumi e lo stile di vita di molte famiglie.
Sembra che qualcuno se ne stia accorgendo.
Come ci racconta la giornalista Marina Martorana nel blog “rispendo.Corriere.it”, ieri è stato inaugurato il primo Simply Sma green di Milano, un mass market verde, concepito in un'ottica di rispetto socio-ambientale, che coniuga risparmio energetico, riciclo di materiali e rifiuti, prodotti ecologici. Il nuovo supermercato utilizza infatti attrezzature ottenute da materiali riciclati, tecniche costruttive all’avanguardia per limitare i consumi energetici e propone ai propri clienti prodotti di largo consumo ecologici.
Se tutte le catene seguissero l’esempio tutti ne trarrebbero vantaggio: i supermercati attrarrebbero più clienti, i clienti attenti potrebbero acquistare prodotti migliori, i clienti indifferenti e quelli che hanno poco tempo sarebbero positivamente influenzati dall’offerta, l’ambiente ne gioverebbe.
Avanti così!

Nelle foto:
un supermercato “Iper, La grande I” vicino a Milano, tratta da http://www.retailforum.it/
una busta della spesa, tratta da http://www.effettoterra.org/

domenica 6 settembre 2009

Free Energy Island

Ecco quale potrebbe essere la casa del futuro: una cupola costruita sull’acqua, energicamente autosufficiente grazie allo sfruttamento del sole, dell’aria e del calore del sottosuolo, con un gradevole disegno architettonico e massima possibilità di scelta dei materiali di costruzione. La modularità, l’autosufficienza energetica di ogni abitazione e le caratteristiche costruttive permetterebbero di costruire da zero, senza necessità di precedenti lottizzazioni, come invece accade per le opere in muratura e soprattutto, come previsto dal progettista, a basso costo.
L’opportunità di costruire alloggi autonomi ed economici mi sembrano qualità ottime da implementare anche nei Paesi più poveri o con scarse infrastrutture.
La cosa che mi piace di più? La casa gira su se stessa per sfruttare al massimo il sole, sia come fonte di energia, sia per l’illuminazione interna!
Il progetto dell’architetto danese Ole Steen, di cui qui sotto riporto una presentazione 3d, verrà presentato a dicembre alla conferenza energetica in Danimarca.





Per approfondire:
www.free-energy-island.com

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Segnalo, questa sera alle 21.00 su Rai Tre, in “Presadiretta”

RESPINTI

«Da quando sono cominciati i respingimenti in mare sono stati finora 800 gli uomini e le donne che le autorità italiane hanno riconsegnato alla Libia.
Eppure di tutti questi respingimenti non abbiamo mai visto neanche un’immagine : nessun telegiornale italiano, né pubblico né privato ha potuto documentare che cosa sia successo.

Presadiretta per la prima volta è riuscita ad alzare il velo sul primo respingimento, quello fatto nei giorni 6 e 7 maggio dalla motonave Bovienzo della guardia di finanza insieme ad altre due unità della capitaneria di porto . In esclusiva la RAI manderà in onda le foto scattate da Enrico Dagnino l’unico giornalista che si trovava a bordo della Bovienzo e che ha assistito al primo respingimento dal momento in cui è stato avvistato il gommone carico di migranti fino a quando sono stati letteralmente “buttati” sui pontili del porto di Tripoli .

Non solo, Presadiretta è riuscita anche a dare un nome e cognome a 24 dei primi respinti : tredici eritrei e undici somali, tutta gente che scappa dalla guerra e dalla dittatura , gente che se fosse riuscita ad arrivare a Lampedusa avrebbe potuto ottenere lo status di rifugiato e il permesso di restare in Italia. E invece agli uomini e alle donne trovati allo stremo delle forze in mezzo al mare nessuno ha chiesto il nome e il cognome e sono stati rimessi nelle mani della polizia libica»


Citazione da www.presadiretta.rai.it

martedì 28 luglio 2009

Al mare con il condizionatore… serve davvero?

Dalle mie parti si è sempre detto che d’estate, al mare, si dorme bene. Lo pensavo anch’io, dato che l’esperienza mi insegna che il caldo umido della pianura padana rende le notti estive insopportabili, invece la leggera brezza che soffia in costa disperde l’umidità e offre un piacevole riposo.
Così pochi giorni fa, mentre mi trovavo in una località balneare del litorale veneto, uscendo per la tradizionale passeggiata serale ho lasciato la finestra della mia camera aperta, con la tapparella leggermente sollevata.
Dopo una giornata caldissima, la notte prometteva un gradevole sollievo.
La sorpresa è arrivata quando sono tornato in camera: era più calda di come l’avevo lasciata!
Un monotono fruscio attirò la mia attenzione verso l’esterno… ed ecco i colpevoli: una serie di ventole che soffiavano nervosamente il caldo scarto della loro opera refrigerante proprio in prossimità della mia finestra. Che fare?



La miglior difesa è l’attacco: ho chiuso la finestra, ho preso il telecomando e mi sono lanciato nella battaglia dei condizionatori. Mi sono addormentato in un fresco microclima artificiale, soddisfatto di aver raggiunto lo scopo, colpevole di aver contribuito a riscaldare la strada.
Ecco come il condizionatore autoalimenta il suo utilizzo e ci rende suoi schiavi.
IL PARADOSSO: per difendermi dal condizionatore altrui devo accendere il mio, qualcun altro dovrà difendersi e accenderà il suo e così via, in una fila ininterrotta di caldi refoli.
IL CONCETTO: togliere il calore dalla mia stanza per trasferirlo all’esterno… ma se il calore nella mia stanza è indotto da un altro condizionatore non stiamo rasentando l’assurdo? Senza dimenticare che in questo processo consumiamo energia ed utilizziamo i famosi clofluorocarburi, coadiutori del riscaldamento globale.
Ho fatto una rapidissima ricerca, tanto per snocciolare qualche dato, e leggo che un condizionatore d'aria con una potenza media di 1200 W emette, in media in un anno, 640 kg di CO2.
Certo il più delle volte il condizionatore è utile, ma in casi come questo non è più sensato godere del rumore del mare di notte e della naturale tregua notturna alla calura estiva piuttosto che accontentarsi di un fresco sintetico e di un meccanico fruscio?
CONCLUSIONI: la prossima volta voglio il balcone fronte mare!

domenica 28 giugno 2009

Agricoltura urbana – The Vertical Farm Project.

Nella campagna veneta, in questi giorni, il giallo brillante dei fiori di colza ha lasciato spazio al verde sereno e rassicurante delle distese di mais, frumento e soia. Mentre percorro stradine secondarie la composta geometria dei filari di vite mi offrono, per alcuni piacevoli attimi, l’illusione di un ambiente immutabile, che così era nella mia infanzia e così sarà ancora per molti anni.
Mi rendo conto però che ciò che ho sempre considerato normale potrebbe diventare una rarità: la cementificazione avanza e l’ambiente agricolo spesso nasconde oscenità chimiche. Le nuove correnti di pensiero difendono con forza crescente il ritorno all’orto di casa come unica garanzia per un’alimentazione salutare. Anche alla Casa Bianca oggi si coltivano le zucchine!
Purtroppo sempre meno persone hanno a disposizione un angolo di terra da coltivare. La qualità passa in secondo piano quando la principale difficoltà è la quantità, e nelle grandi metropoli sembra prevalere la necessità di disporre di una quantità sufficiente di cibo. Data la crescente concentrazione di popolazione urbana ci rendiamo conto che servono nuove soluzioni.
Scopro così che c’è chi vede già oltre, concentrandosi sul concetto di «agricoltura urbana», suggerendo cioè lo spostamento dell’attività agricola all’interno delle città.
Il microbiologo della Columbia University Dickson Despommier afferma che l’agricoltura urbana è il nostro futuro, proponendo il progetto di una fattoria verticale: le distese agricole che vediamo ai lati delle nostre strade potrebbero in un prossimo futuro essere concentrate in una serie di grattacieli nel centro di New York!
Nel sito internet verticalfarm.com si prevede che nel 2050 l’80% dell’umanità risiederà nei centri urbani e, entro questa data, secondo le stime più caute, la popolazione aumenterà di circa 3 miliardi di persone. Secondo gli studi più recenti non ci sono terre coltivabili a sufficienza per sfamare tutte queste persone, perciò l’unica soluzione sembra essere l’utilizzo dell’innovazione tecnologica.
Nei progetti delle Vertical Farms il Dr. Despommier assicura di essere in grado di sfamare per tutto l’anno l’intera popolazione di New York con 170 grattacieli di 30 piani. Nei grattacieli verrebbero utilizzate tecniche di coltivazione idroponica, cioè senza l'utilizzo di terra e con l'ausilio di soluzioni acquose, l’illuminazione a Led e la somministrazione controllata dell’esatta quantità di umidità e nutrienti. L’acqua sarebbe riciclata dagli scarti della città e l’energia necessaria potrebbe essere prodotta dal sole, dal vento e dalla biomassa di scarto. Insomma, una fattoria a impatto zero.
I progetti consultabili nel sito internet sono straordinari, per complessità e design, e tutto fa pensare che non si tratti di fantascienza.
L’idea è ambiziosa e affascinante. Se dovessi scegliere, preferirei mangiare un’albicocca del quindicesimo piano piuttosto che una con innesti genetici!
Riuscirà l’ingegno umano a controllare in maniera così efficace la natura?

Io intanto corro in giardino a seminare le carote!

Nella foto:
Living Tower by SOA Architects
Per approfondimenti:
http://www.verticalfarm.com/index.html
Elena Comelli, Genetica Verde 2.0, nòva24 - Il Sole 24 Ore, 25 giugno 2009.